
Export per PMI italiane nel 2026 – Episodio 2: Sud-Est asiatico e America Latina
26 Maggio 2026
Intelligenza artificiale nelle PMI: da dove iniziare nel 2026 (guida pratica con dati reali)
13 Giugno 2026Lettura: ~4 minuti
5,3 milioni di euro al giorno. È il conto che i dazi USA stanno presentando alle PMI italiane esportatrici. Non è una stima teorica: è il dato misurato da Confartigianato tra agosto 2025 e marzo 2026, nei comparti a maggiore densità di piccole e medie imprese.
La cronologia è nota: il 27 luglio 2025, dopo mesi di tensioni commerciali e minacce di tariffe fino al 30%, USA e Unione Europea hanno raggiunto un accordo che fissa i dazi al 15% sulla gran parte dei prodotti europei esportati negli Stati Uniti, in vigore dal 1° agosto 2025. Un compromesso che ha evitato il peggio ma che per molte PMI italiane rappresenta comunque un colpo reale, aggravato da un effetto cambio che ha ulteriormente eroso la competitività di prezzo.
In questo articolo analizziamo l’impatto settore per settore, spieghiamo perché il danno è superiore al semplice 15% e — soprattutto — forniamo cinque strategie concrete che le PMI italiane possono adottare per difendere il proprio export.
L’accordo UE-USA del 27 luglio 2025: cosa prevede in concreto
L’intesa raggiunta a fine luglio 2025 ha stabilito un dazio del 15% su una vasta gamma di prodotti europei esportati negli Stati Uniti. In cambio, l’Unione Europea si è impegnata ad acquistare 750 miliardi di dollari di prodotti energetici americani in tre anni e a investire 600 miliardi di dollari nell’economia USA.
Per l’Italia, i numeri dell’esposizione sono significativi: nel 2024 l’export italiano verso gli USA ha superato i 66 miliardi di euro, con un surplus commerciale di 34,2 miliardi — il più alto registrato con qualsiasi Paese al mondo. Sono oltre 34.000 le imprese italiane che esportano negli Stati Uniti, di cui almeno 23.000 classificate come vulnerabili all’impatto tariffario.
Non tutti i settori subiscono lo stesso trattamento. La meccanica strumentale e le macchine utensili ad alto valore aggiunto hanno ottenuto tariffe zero su alcune categorie. Il settore automotive ha visto i dazi scendere dal precedente 27,5% al 15%, registrando un relativo miglioramento. Per tutti gli altri — moda, agroalimentare, farmaceutica, mobili — il 15% si somma a uno scenario già difficile.

I settori del Made in Italy più colpiti: i dati reali
Secondo le stime del Centro Studi di Confindustria, l’imposizione dei dazi al 15% potrebbe comportare una perdita economica complessiva di 22,6 miliardi di euro per le imprese italiane. Ecco come si distribuisce l’impatto per comparto:
Impatto dazi USA 15% per settore — stime 2026
| Settore | Export verso USA | Costo aggiuntivo stimato | Note |
| Meccanica e beni strumentali | 18 miliardi € | 2,7 miliardi € | Alcune categorie a dazio zero (macchine utensili) |
| Moda e pelletteria | 11 miliardi € | 1,65 miliardi € | Nessuna esenzione; filiera lunga esposta |
| Agroalimentare e bevande | 8 miliardi € | 1,2 miliardi € | Vino il più penalizzato; trattative su DOP/IGP in corso |
| Vino (sottocomparto) | 2 miliardi € | 317–460 milioni € | Stima UIV primo anno; fino a 460M con svalutazione dollaro |
| Farmaceutica | n.d. | In definizione | Dazi aggiuntivi in fase di negoziazione |
| Automotive e componentistica | n.d. | Ridotto | Dazi scesi dal 27,5% al 15%: impatto positivo relativo |
| Mobili e arredo | n.d. | -16,2% export | Tra i settori PMI più colpiti (dato Confartigianato) |
Fonti: Centro Studi Confindustria; Confartigianato (maggio 2026); Unione Italiana Vini; BusinessPeople.it
Il comparto mobili e l’agroalimentare: i più esposti tra le PMI
Tra i comparti a maggiore densità di piccole imprese, il dato più preoccupante riguarda mobili e arredamento (-16,2%) e alimentari e bevande (-16%). Sono settori in cui le PMI italiane sono spesso price-taker sui mercati internazionali — hanno margini ridotti per assorbire l’impatto tariffario e difficoltà strutturali nel diversificare rapidamente verso altri mercati.
Perché il danno reale è superiore al 15%: l’effetto cambio
Il dazio del 15% è solo la prima componente del problema. Tra agosto 2025 e marzo 2026 si è aggiunto un secondo fattore che ha colpito simultaneamente le stesse imprese: la svalutazione del dollaro.
In quel periodo, il dollaro si è svalutato mediamente del 9% rispetto all’euro. Per un’impresa italiana, questo significa due pressioni che si sommano:
- Se il contratto è denominato in euro: il compratore americano vede un prezzo in dollari più alto, riducendo la competitività di prezzo sul mercato USA.
- Se il contratto è denominato in dollari: l’impresa italiana incassa meno valore in euro, a meno di non coprirsi con strumenti di hedging che hanno un costo.
Come ha commentato il presidente di Confartigianato, Marco Granelli, si tratta di una “tempesta perfetta”: dazi, cambio sfavorevole e rallentamento del commercio globale agiscono contemporaneamente sullo stesso punto di vulnerabilità — la competitività di prezzo dell’export italiano sul mercato americano.
Per le PMI che non hanno mai attivato una copertura valutaria, questo è il momento di farlo. Non come misura di emergenza, ma come prassi strutturale nella gestione del rischio export.
L’impatto per regione: perché Lombardia soffre e Toscana cresce
I dati Confartigianato rivelano un quadro geograficamente disomogeneo — e questo è un elemento importante per le PMI lombarde in particolare, visto che Milano e la sua area metropolitana sono il cuore produttivo più esposto:
| Regione | Variazione export PMI verso USA (ago ’25 – mar ’26) | Note |
| Lombardia | -10,4% | La più esposta: vale il 20,5% dell’export italiano verso USA |
| Veneto | -4,1% | Impatto significativo su componentistica e moda |
| Emilia-Romagna | +2,6% | In controtendenza: export meccanico e alimentare tengono |
| Toscana | +10,6% | La migliore: pelletteria e moda lusso reggono la pressione tariffaria |
| Altre regioni | Dato variabile | Il dazio non agisce linearmente: composizione prodotto e forza dell’importatore USA incidono |
Fonte: Confartigianato Imprese, analisi maggio 2026
La lezione che emerge da questo quadro è importante: il dazio non agisce come un taglio lineare. Colpisce in modo differente in base alla composizione del prodotto esportato, alla valuta usata nei contratti e alla forza commerciale dell’importatore americano. Due regioni manifatturiere possono presentare risultati opposti nello stesso periodo — e per la stessa ragione, due PMI dello stesso settore possono avere esposizioni completamente diverse.
5 strategie concrete per le PMI italiane: come difendere l’export dagli effetti dei dazi
Non esiste una risposta unica valida per tutte le PMI. Ma ci sono cinque leve operative che le imprese più reattive stanno già attivando:
1. Diversificazione geografica del portafoglio export
È la risposta strutturale più importante. Il 45% delle PMI italiane esporta ancora in un solo mercato — e troppo spesso quel mercato è quello americano o quello europeo. Diversificare significa ridurre l’esposizione a qualsiasi shock localizzato: dazi, crisi valutarie, instabilità politica.
I mercati alternativi più accessibili per le PMI italiane nel 2026 sono stati analizzati nei nostri articoli sull’export: Africa e India (Episodio 1), Sud-Est asiatico e America Latina con l’accordo UE-Mercosur (Episodio 2). La finestra di opportunità è aperta, ma non lo sarà per sempre.
2. Rinegoziazione dei contratti e repricing
Se i contratti in essere con clienti americani sono denominati in dollari e formulati prima dei dazi, è il momento di riaprire la conversazione. Non si tratta di alzare i prezzi unilateralmente, ma di ripartire il costo tariffario in modo equo lungo la filiera — tra produttore italiano, importatore americano e consumatore finale.
Le imprese che hanno relazioni commerciali consolidate con clienti USA possono negoziare contratti ibridi (parte in euro, parte in dollari) o clausole di adeguamento automatico legate alle variazioni tariffarie.
3. Copertura valutaria strutturata
L’effetto cambio ha amplificato i danni in modo significativo. Per le PMI con contratti in dollari, strumenti come i forward su valute o le opzioni su cambi consentono di fissare il tasso di conversione in anticipo, eliminando l’incertezza sul valore reale dell’incasso.
Non è uno strumento solo per le grandi aziende: molte banche e intermediari specializzati offrono soluzioni di hedging accessibili anche con volumi di export limitati. Il costo è contenuto rispetto al rischio che si copre.
4. Riposizionamento verso la fascia premium
Il dato della Toscana (+10,6%) non è casuale. I prodotti ad altissimo valore aggiunto — pelletteria di lusso, vini top di gamma, design esclusivo — riescono ad assorbire l’impatto tariffario senza perdere clienti, perché il loro acquirente americano è meno sensibile al prezzo. Un dazio del 15% su un prodotto da 500 dollari incide in modo diverso rispetto a uno su un prodotto da 30 dollari.
Per le PMI con una produzione di qualità ma posizionate nella fascia media, questo è il momento di valutare un upward repositioning: ridurre i volumi, aumentare i margini, selezionare i clienti più redditizi.
5. Verifica dell’eligibilità alle esenzioni e ai fondi di compensazione
L’accordo UE-USA prevede categorie a dazio zero per alcune tipologie di beni strumentali ad alto valore aggiunto. Le trattative su prodotti DOP e IGP — vino, olio, formaggi — sono ancora in corso. Le PMI che rientrano in queste categorie devono monitorare gli aggiornamenti della lista e agire tempestivamente per beneficiare delle esenzioni applicabili.
Sul fronte europeo, Coldiretti e Confindustria stanno premendo per compensazioni UE destinate ai settori più penalizzati. Seguire questi sviluppi attraverso le associazioni di categoria è fondamentale per non perdere strumenti di supporto disponibili.
💡 Strumento operativo: SACE — copertura del rischio export USA
SACE offre polizze di assicurazione del credito all’export che coprono il rischio di mancato pagamento da parte degli importatori americani — un rischio che aumenta in contesti tariffari instabili. Per le PMI, SACE Futuro (fino a 5 milioni di euro di fatturato estero) è lo strumento più accessibile. Permette di cedere i crediti commerciali in modo assicurato e ottenere liquidità anticipata riducendo il rischio.
I 3 errori più comuni delle PMI di fronte ai dazi
Osservando le reazioni delle imprese in questi mesi, emergono tre errori ricorrenti che rischiano di trasformare un problema gestibile in una crisi strutturale:
- Aspettare che la situazione si chiarisca. I dazi al 15% sono in vigore dal 1° agosto 2025. Il tempo per una risposta reattiva è già passato. Chi non ha ancora adattato la propria strategia commerciale sta accumulando ritardo rispetto ai competitor che si sono mossi prima.
- Abbassare i prezzi per compensare il dazio. Ridurre i prezzi per mantenere la competitività sul mercato USA comprime i margini senza risolvere il problema strutturale. È una soluzione a breve termine che indebolisce il posizionamento del brand nel medio periodo.
- Gestire il rischio valutario senza copertura. Operare con contratti in dollari senza hedging in un contesto di cambio instabile è una scelta rischiosa. La svalutazione del 9% registrata tra agosto 2025 e marzo 2026 ha fatto più danni, su alcune filiere, dei dazi stessi.
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